1° maggio a Rosarno

Pane, pace e terra
di Rocco Vazzana, tratto da Left Avvenimenti
Per celebrare la festa del lavoro, la Triplice quest’anno ha scelto Rosarno. Lo scenario in cui i segretari di Cgil, Cisl e Uil saliranno sul palco non sarà il concertone di Piazza San Giovanni a Roma, ma la cittadina calabrese diventata famosa a gennaio per la caccia agli immigrati che avevano osato ribellarsi a condizioni di lavoro molto simili alla schiavitù. E in città si respira un clima d’attesa nervosa. Soprattutto dopo l’operazione di polizia dei giorni scorsi, denominata Migrantes, che ha portato all’esecuzione di 31 ordinanze di custodia cautelare per nove cittadini stranieri, che avrebbero svolto il ruolo di caporali, e 22 italiani che invece avrebbero costretto i migranti a lavorare in condizioni disumane. Un motivo in più per festeggiare il primo maggio a Rosarno, e un motivo in più per possibili tensioni. «Dopo gli arresti - spiega don Pino De Masi, responsabile di Libera in Calabria - la situazione non è affatto tranquilla. Però, stiamo tentando di far capire alla gente che la scelta di Rosarno non vuole essere un tentativo di criminalizzazione del Paese, è solo un modo per non abbandonare la parte sana della Calabria». E come segno tangibile di un cambiamento possibile, Libera ha deciso di “adottare” i quattro migranti feriti durante i giorni della rivolta. Adesso studiano l’italiano e lavorano sui terreni confiscate alle mafie. di lingua e hanno iniziato a lavorare, con borse di lavoro, sui terreni confiscati alle mafie.
Ma i rosarnesi in questo momento si sentono sotto osservazione. Molti, infatti, da queste parti, rimproverano ai media nazionali di aver trattato l’argomento migranti in maniera semplicistica e di aver fatto di un’erba tutto un fascio. In una piccola realtà come quella di Rosarno tutti sanno tutto. Non devi essere mafioso per salutare il tuo vicino di casa che magari è legato alle cosche. La ‘ndrangheta esercita un controllo totale e asfissiante del territorio e spesso diventa complicato riuscire a fare dei distinguo, a tracciare dei solchi tra un “noi” e un “loro”. Di certo, però, a sparare sui migranti non sono stati dei chierichetti. «Siamo coscienti di muoverci in un territorio controllato da una minoranza ostile alla legalità e alla gestione delle regole del mercato del lavoro - dice Antonino Calogero, segretario generale della Cgil della Piana di Gioia Tauro -. Noi, però, confidiamo nella stragrande maggioranza dei cittadini di questa città, che sono gli stessi che più volte hanno dimostrato sensibilità ai temi dello sfruttamento del lavoro e dell’accoglienza. Non dimentichiamo che questa è la città di uomini del calibro di Peppino Lavorato, punto di riferimento del Partito comunista italiano che ha fatto delle battaglie per la democrazia e contro la ‘ndrangheta la sua ragione di vita». La vicenda di Rosarno è la punta estrema di un disagio che riguarda tutto il territorio nazionale. Le inchieste che hanno portato agli arresti di questi giorni mettono in luce le stesse questioni di Castel Volturno. I caporali, purtroppo, esistono a Rosarno come a Milano. E questo primo maggio, per gli organizzatori, rappresenta un tentativo di valorizzazione di una terra che ha voglia di riscattarsi in nome della legalità. Soprattutto per la Cgil che da tempo prova a tutelare i lavoratori immigrati. «Il primo censimento su questi territori dei migranti risale agli anni ’90 - prosegue il segretario della Cgil Calogero -. Erano gli anni della prima legge Martelli sull’immigrazione. E già allora fummo promotori della nascita dei coordinamenti dei lavoratori. La scelta di venire oggi qui, non è casuale. Il nostro lavoro parte da molto lontano». Ma a non credere nelle buone intenzioni dei sindacati, o almeno non a quelle di tutti, non ci sono solo quei cittadini che temono di finire ancora una volta nel tritacarne mediatico. A nutrire qualche dubbio c’è anche chi al fianco dei migranti lavora durante tutto l’anno. Peppe Pugliese, rosarnese quotidianamente sul fronte di guerra, anima da tempo l’Osservatorio per i migranti Africalabria, e sull’iniziativa del primo maggio non sembra entusiasta. «Non sappiamo ancora se aderire o no alla manifestazione - dice -. Non è per polemica con la Cgil che sulla vicenda dei migranti si è sempre fatta vedere e sentire. Ma Cisl e Uil chi le ha mai viste? Non è il caso di andare a fare la clack a persone che si sono totalmente disinteressate dei problemi di questo territorio. Ognuno è libero di pontificare e di proporre proprie analisi da un palco, ma a noi interessa capire cosa succederà a partire dal 2 maggio. Il nostro non è isolazionismo, vogliamo solo non salire su una passerella». Una voce importante quella di Pugliese a cui prova a dare risposta proprio Antonino Calogero: «Il rapporto unitario non deve mai essere messo in discussione soprattutto in un momento così delicato. È vero, spesso ci sono visioni diverse in merito a molti temi. Ma la presenza dei tre più grandi sindacati a Rosarno rappresenta anche un elemento simbolico di grande valore. Sarebbe insensato non approfittare di una possibilità di stare insieme. A volte le organizzazioni della sinistra nel nostro Paese corrono un rischio, che non risparmia nenche la Cgil: è l’autoreferenzialità». Visioni diverse a parte, in occasione del primo maggio non si parlerà solo di migranti. Al centro delle attenzioni ci saranno anche i lavoratori del porto di Gioia Tauro, che stanno attraversando un momento di crisi. La Piana sembra una medaglia con due facce contrapposte: da un lato c’è il porto, tra i più importanti del Mediterraneo, con le sue potenzialità di sviluppo e apertura verso il mondo all’interno di un meccanismo di economia globale, dall’altro lato c’è l’aspetto medievale rappresentato dallo sfruttamento becero dei lavoratori nei campi. Ma bisogna fare chiarezza: da queste parti non c’è il latifondo, anzi, esiste una proprietà agricola ultra parcellizzata che si concentra nelle mani di piccoli produttori, sfruttatori e a loro volta vittime dello sfruttamento ‘ndranghetista.
E sul palco sindacale, i mondi di Rosarno si mostreranno tutti insieme. «Sono previsti gli interventi di un lavoratore migrante, di un portuale e di un precario - conclude Calogero -. Qui, anche la precarietà spesso si lega al tema della legalità. Penso a tutti i lavoratori impiegati nei centri commerciali che spesso diventano vere e proprie lavatrici per pulire il denaro sporco della ‘ndrangheta». Contrastare le mafie, insomma, vuol dire contrastare l’origine della negazione dei diritti. Il lavoro, finalmente, torna ad essere il tema centrale del dibattito anche a Rosarno. Un modo come un altro per tornare alla normalità. Il modo più efficace per incrinare il potere mafioso.


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